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Il maestro Triccoli /2
 

Ezio Triccoli
Lo stile, secondo Triccoli, non può contrastare con l'efficacia atletica:
«Io non sacrificherò mai una caratteristica personale, un movimento naturale, un atteggiamento di gara imprevisto di un atleta con il pretesto che non risponde ai canoni».
Per il maestro non è stato un percorso facile. Triccoli e i suoi campioni hanno dovuto combattere contro forti pregiudizi. A cavallo tra anni '80 e '90 molti tecnici storcevano il naso davanti al modo di fare scherma di Stefano Cerioni e Giovanna Trillini. Si diceva che vincessero (e vincono) più per rabbia competitiva che per tecnica. Nulla di più falso per Maria Cristina Triccoli: «Mio padre sapeva che in quei due combattenti della pedana la tecnica era talmente acquisita, così automatizzata, da non essere più visibile».
Gli anni intanto passano. Jesi diventa sinonimo di fioretto e i suoi talenti continuano a snocciolare successi. I riflettori sulla scherma si accendono però solo ogni quattro anni per le Olimpiadi. E loro, i campioni, non sfuggono mai all'appuntamento con questo ristretto cono di luce.
Nel 1992 Jesi attribuisce a Triccoli la cittadinanza onoraria della città. È ormai anziano, ma non perde occasione per stare accanto ai suoi atleti nella palestra di via Solazzi. Fino all'ultimo giorno va in pedana a fare lezione. Ezio Triccoli muore 80 anni, pochi mesi prima delle Olimpiadi di Atlanta.
Il Palazzetto dello Sport di Jesi è oggi intitolato alla memoria di quest'uomo schivo che ha introdotto la scherma in città quasi per caso e ha lasciato in eredità la più alta concentrazione di medaglie della storia di questo sport.
 
   
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